Dalle mie finestre: l’Egitto

Ve lo dico subito!
Il mio Egitto è decisamente fuori dalla norma.

Sono atterrata al Cairo, per la prima volta, nell’Ottobre 1991, avevo 20 anni e visitavo, accompagnata per mano da mio marito (egiziano), sposato pochi mesi prima, la sua terra.
Sono uscita dall’aereoporto al tramonto, ad aspettarci c’era una folla di parenti che non lo vedevano da più di tre anni.

Le prime parole sono state quelle di mio suocero… in italiano “Ciao bella, come stai?”.
Ci siamo incastrati tutti in un pulmino, mio marito “sequestrato” tra gli abbracci, le lacrime e le domande delle sue sorelle, io accanto al finestrino aperto, da cui entrava un’aria calda e profumata.

Mi sembrava che il naso e gli occhi mi funzionassero per la prima volta in quel momento!
Tutto, persino la terra, aveva un odore misterioso e affascinante.
Abbiamo passato tutta la notte, a casa della sua famiglia, a parlare (lui traduceva a me e poi le mie risposte a loro), a raccontarci, a guardarci, a coccolare a turno tutti i bimbi della famiglia.
Non avevo sonno e non mi sentivo stanca, ero emozionata ed il regalo più bello arrivò all’alba..
Il richiamo alla preghiera, sullo sfondo di un cielo rosa, mai visto prima e il Nilo, con le palme, che appena si intravvedeva.
Nascevo, rinascevo lì e in quell’istante. In una casa modesta, in un paesello contadino qualsiasi sulle sponde del Nilo: io e la mia anima, un brivido, una lacrima.

Lo sapevo, lo sentivo che non sarei mai più stata la stessa: avevo trovato il mio posto, il mio cuore, ora, era in pace. Ho visto (da allora, in 11 viaggi) l’Egitto dei faraoni, le piramidi, la sfinge, insomma tutto il “tour classico”, ma il mio Egitto è quello anomalo fatto di peugeot sgangherati, condivisi con operai, impiegati, studenti e contadine con cesti pieni di verdure e di pulcini, di pulmini traballanti, di autobus presi in corsa (nel vero senso della parola), di taxi che stanno insieme per grazia divina.

Come quello che ho preso per andare a vedere il posto, credo non riportato da alcuna carta geografica, in cui è nato mio marito. In mezzo al deserto, una striscia di asfalto bollente e.. si buca una gomma del taxi. L’autista paziente e sudato ci molla sotto una sparuta palma a guardia della macchina mentre lui va a cambiare la gomma facendola rotolare davanti a sé fino al meccanico più vicino.. 7 kilometri tra andata e ritorno! O ti abbandoni ad una crisi di panico o la prendi con filosofia… (a 20anni, italiana…la prima!! Panico!) Dopo 10 minuti, dal nulla, sbucano una decina di bimbi con datteri acqua e l’invito a seguirli a casa loro. Non possiamo lasciare la macchina e allora si siedono lì con noi e ci fanno compagnia con le loro risate, chiacchiere e giochi. Solo in Egitto ti può capitare! Ma la mia “passione”, ancora oggi, sono i treni.. improbabile accozzaglia di lamiere, tipo scatola di sardine, ne ho presi di quelli senza vetri, con panche dure e scomodissime che solo la geniale ironia egiziana può definire sul biglietto “TRENO PANORAMICO DI SECONDA CLASSE”. C’è anche la terza (esperienza ai limiti del paranormale) ed infine il viaggio a sbafo, senza classe, direttamente sul tetto (questo però non lo farò MAI, tranquilla mamma!). Con questi treni normali, popolari, ho visto l’Egitto dei villaggi, dei paesi immersi nel verde, dei contadini laboriosi e sorridenti, dal finestrino (quando c’è) ho visto cose che non ci saranno mai su nessun catalogo, compresa una dignitosissima povertà. Quel treno si è fermato in stazioni fatte di una pensilina, una panca, una lampadina e il cartello col nome, si è fermato tra i campi per far scendere persone in posti fuori dal mondo, si è fermato in mezzo al nulla per mezz’ore intere (senza un perché), mezz’ore in cui la mia mente ed il mio cuore , la mia anima ed il mio pensiero hanno fatto pace tra loro, hanno vagato sulle ali di quei tramonti, si sono saziati di quell’orizzonte. Mi sono seduta in quei campi, ho contemplato la grandezza di quel cielo stellato, ho bevuto il tè infinite volte sotto un pergolato di gelsomini selvatici ascoltando le storie di vita di quella gente che ora è la mia gente.

Da quel 1991, sono stata in Egitto altre 11 volte, scoprendo ogni volta angoli nuovi, città e monumenti, paesi e villaggi, ogni volta completando un pezzetto della nostra casa, del nostro sogno. Fino all’agosto del 2005 quando, con mio marito e due figli stupendi, abbiamo sentito che era arrivato il momento di lasciare tutto e andare.. Andare a vivere in Egitto.

Ora, sul balcone di casa mia, affacciato su una strada normale e rumorosa di Ismailia, aspetto che i miei ragazzi tornino da scuola. Dal negozio affianco sale un profumo di pane appena sfornato… C’è una fila enorme ad attendere il pane (giorni difficili questi).

Curo i miei fiori (oleandri, ibiscus rossi e bouganville), mentre la mia vicina di casa, sorridendo, mi saluta: “Certo che tu sei proprio una italiana MAG-NUNA(=pazza)… Che ci fai ad Ismailia? Non ti manca casa tua?”
La nebbia di Milano, il freddo e la gente che fa fatica a dirti buongiorno… In verità non mi manca quasi mai. Mi mancano alcune abitudini ed il poter fare quattro chiacchiere nella mia lingua, questo sì… sorrido e la saluto. E torno ai miei pensieri, da casalinga egiziana, sull’orlo di una… felicità insperata!!

Mu’minah Ummrashid
www.alghurabaa-magazine.com

4 pensieri riguardo “Dalle mie finestre: l’Egitto

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