Come insegnare la felicità ai nostri figli

Secondo uno studio della Harvard Business School [1] le madri lavoratrici avrebbero figli di maggior successo e più affettuosi rispetto alle madri casalinghe. Quei figli avrebbero infatti una maggior probabilità di essere assunti, di guadagnare bene e di raggiungere posizioni di vertice rispetto ai figli delle madri casalinghe.

Davvero un bel colpo per tutte quelle mamme che hanno deciso di lasciare il lavoro o gli studi per rimanere a casa ad occuparsi dei propri figli, no?

Quindi, perchè sacrificarsi? Questo studio vuole dimostrare a tutte le madri che “andando al lavoro, aiuterete i vostri figli a capire che il mondo e la vita offriranno loro molte opportunità”, mentre restando a casa dovranno capirlo da soli e quindi per loro sarà più difficile “avere successo nella vita”.

Ma, un attimo, cosa significa avere successo?

Nell’immaginario collettivo, non solo occidentale, una persona che ha successo è una persona di bell’aspetto che, con un sorriso smagliante, guida un automobile sportiva, possiede un villone al mare e uno in montagna e ha un cospicuo conto in banca. Noi tutti sappiamo che una persona così potrebbe anche essere la persona più triste del mondo, ma non fa niente.

E’ evidente che l’idea che sta dietro lo studio è proprio questa. Si prende in prestito un luogo comune e si prova a basare sul luogo comune uno studio con pretese di scientificità. Secondo questa ricerca infatti le caratteristiche della persona di successo sarebbero: una maggior probabilità di essere assunti, di guadagnare bene e di raggiungere posizioni di vertice. Ma, riflettendoci, che successo è un successo che non rende pieni e appagati? Come si fa a chiamare successo qualcosa che lascia dentro un vuoto, un’insoddisfazione, un magone insanabile che non passa mai completamente? E ammettendo che una persona così creda fermamente -a torto ovviamente- di essere appagata in questa vita, questa “pseudo-pienezza” è sufficiente per chi sa che un altrove esiste ed è imminente per ognuno di noi? Puntare tutta la propria vita sul raggiungimento di quelli che in questa società sono considerati gli status symbol del successo materiale e dimenticare tutto il resto, non è forse mera cecità?

«Chi si sottrae al Mio Monito, avrà davvero vita miserabile e sarà resuscitato cieco nel Giorno della Resurrezione. Dirà: “Signore! Perché mi hai resuscitato cieco quando prima ero vedente?”. [Allah] Risponderà: “Ecco, ti giunsero i Nostri segni e li dimenticasti; alla stessa maniera oggi sei dimenticato”». (Corano, Taha vv. 124-126)

La nostra finalità, come mamme musulmane, non è quella di formare futuri laureati, manager, professori e dottori attaccati a questa vita ed ai beni di questa vita, ricchi, professionalmente soddisfatti e pienamente realizzati nel qui e ora. La nostra finalità è invece quella di insegnare la felicità, la vera felicità, ai nostri figli. E noi sappiamo come fare, perchè Allah Subhanawata’ala ce lo ha spiegato chiaramente nei Suoi versetti.

«E disse: “Scendete insieme! Sarete nemici gli uni degli altri. Quando poi vi giungerà una guida da parte mia… chi allora la seguirà non si svierà e non sarà infelice”». (Corano, Taha v. 123)

Come mamme ed educatrici dobbiamo impiegare tutte le nostre energie nel fornire ai nostri bambini e ai giovani della nostra comunità l’abbiccì della scienza religiosa, abituandoli a mettere in pratica la scienza acquisita già dalla loro infanzia. Sono queste le garanzie che ci permetteranno di non temere nulla per loro, con l’aiuto di Allah, fino a quando resteranno fermamente attaccati alla religione e seguiranno le sue direttive.

E se riusciremo davvero ad insegnare queste cose ai nostri figli, solo allora avremo il vero successo, noi e loro:

«O credenti, se farete trionfare la religione di Allah, Egli vi farà trionfare
e fisserà i vostri passi» (Corano, Muhammad v. 7)

Perché il successo non è (solo) in questa vita. Il vero successo è conseguire la felicità in questa vita e nell’altra ed un musulmano non sarà mai felice se, sin da piccolo, gli viene insegnato che è necessario rinunciare a pezzettini della propria religione per conseguire i beni materiali. Si abituerà a pensarla così e pian piano gli diventerà sempre più difficile attaccarsi alla sunnah e pian piano gli diventerà sempre più difficile essere semplicemente ciò che è, applicando con fermezza ciò che è prescritto. E così diventerà una persona infelice, perché tenderà a condannarsi da solo a vivere una vita che non vuole davvero e arriverà a non riconoscere più ciò che gli fa bene da ciò che gli fa male.

Per questo il grande Sheikh Ibn Baz diceva a proposito della laicizzazione dei paesi islamici:

«Il miglior mezzo per contrastare questa corrente (la laicizzazione in atto) consiste nel
preparare una generazione che conosca bene l’islam autentico, e questo non
può realizzarsi che attraverso un buon orientamento e una perfetta educazione a casa,
in famiglia, attraverso i programmi educativi, i media e il rafforzamento della società».

Tutti noi, in quanto comunità, abbiamo la responsabilità della nostra religione e della sua diffusione. Ma noi mamme abbiamo un’immensa parte di questa responsabilità, una missione grande per la quale Allah ci ha preparato allegerendoci di qualsiasi altra responsabilità al di fuori delle mura del nostro castello, un importante compito sociale che possiamo svolgere solo se acquisiamo le competenze necessarie: la conoscenza dell’islam autentico e la sua messa in pratica.

E’ difficile che un cieco riesca a spiegare alla gente come ammirare i colori, perchè nessuno può insegnare ad altri ciò che non conosce egli stesso. Così una mamma infelice, interiormente divisa tra la rinuncia ad alcune parti della propria religione e la nostalgia per essa, non potrà mai insegnare ai propri figli come si consegue la vera felicità.

Allo stesso tempo se l’educazione a casa è lo strumento attraverso il quale contrastare la laicizzazione per chi risiede nei paesi islamici, a maggior ragione lo è per chi risiede nei paesi non musulmani e magari deve tutti i giorni contrastare continui attacchi verso la propria religione.

Non possiamo sperare che i nostri figli conseguano la felicità in questa vita e nell’altra lasciandoli in balia delle credenze sociali, dei falsi miti che vengono insegnati a scuola e tramite la televisione o in balia di se stessi e dei propri waswas. Loro hanno bisogno di noi. Non delle grandi opportunità, né delle macchine sportive e dei villoni, ma di noi e dei nostri insegnamenti e della nostra guida. Perché la vera felicità è qui, adesso, nel nostro essere al loro fianco e nel parlar loro di scienza, di corano, di religione e di sunna ogni giorno, tutti i giorni della vita e perché, così facendo, inshaAllah la felicità sarà anche altrove con la rahma di Allah!

Umm Zuhur
www.alghurabaa-magazine.com

Note:

[1] Teniamo a precisare che abbiamo tenuto conto della ricerca esclusivamente per finalità dialettiche e non diamo nessun credito a questo tipo di ricerche statistiche sociali visto che spesso si sono rivelate contraddittorie e tendenziose.
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Lo status della donna nell’islam

 

2 pensieri riguardo “Come insegnare la felicità ai nostri figli

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