Ricordi dal Marocco…

Marrakesh dev’essere un’oasi nel deserto” pensavo appena uscita dall’aeroporto di Menara, arrancando con il trolley dietro ai veloci Abi e zio Anas. Le strade bruciate dal sole, coperte di morbida polvere dorata che si sollevava al passaggio di uno di quei taxi scassati giallo deserto, mi davano la stessa sensazione che si prova in pieno Sahara: quella di un mondo infinito, abbagliante, meraviglioso, misterioso eppure chiaro e luminoso, pieno di aria nuova, aria di avventure.

Un calore meraviglioso avvolgeva tutto, come se non fosse novembre.

Non avrei mai immaginato un posto del genere! Eppure, prima di vederlo, scuotevo scettica il capo dinanzi alle mie amiche che inneggiavano al Marocco. Allora non avevo visto di questo Paese che le foto dei libri di geografia, che non rendono affatto l’idea. Così, da quando ero andata in Algeria e avevo ammirato i ponti sospesi di Costantine, credevo che non ci fosse luogo più bello al mondo del Paese di Abi. La vista del Marocco per la prima volta, dopo anni che lo avevo creduto un luogo così normale, comune e infine noioso (lo sentivo così spesso nominare!), mi aveva come si può ben immaginare letteralmente sconvolta. In effetti, durante la mia permanenza continuai a ripetere che avrei voluto vivere lì per sempre.

Un luogo meraviglioso, davvero. Luce pura, un sole splendente e dorato che non sembrava affatto quella palla minuscola, pallida e giallognola che si vede nel cielo del Padanistan. Stentavo quasi a credere che si trattasse dello stesso sole che scorgevo a malapena il giorno prima dalle finestre di camera mia, un sole del quale si vedeva solo la luce fievole, nascosto com’era dal grande edificio davanti a casa nostra.

Salii su un marciapiede ai bordi di un’aiuola verde, meravigliosa e fresca, piena di palme, lunghi steli d’erba, rose rosse, rosa, bianche. Mi fermai accanto ad un fiore alto che sporgeva sul marciapiede come per salutarmi e respirai il profumo che non aveva, ma che sognavo. E poi lo sentii davvero, ma era solo l’aria del Marocco carica di quel leggero profumo di nuovo. Di aria, finalmente. Perché in Lombardia non si respirava l’aria vera, si respirava solamente un mix di tutti i vari gas che uscivano dagli scappamenti delle automobili, che arrivando nel cortile di casa mia si mischiavano al profumo delle piante e dei dolci solo per sembrare più respirabili.

Ma quella era aria vera. Mi vennero le lacrime agli occhi: era tutto meraviglioso, commovente, avrei detto. Mi sembrò di aver trovato finalmente il posto che faceva per me.

Il mio soggiorno trascorse veloce come un sogno. Vedemmo tante cose, dalla famossisima piazza Jam’ Al Fna nella Medina con il minareto della moschea Kutubia, al parco Menara, al piccolo mercato in cui andammo una sera con zia Malika, popolato in gran parte da gattini, cani, asini, polli e conigli. Era così bello camminare in mezzo alle stradine strette e illuminate dove si sentiva il profumo di tante cose buone e sconosciute, dove si sentiva parlare in darija. Era bello, ovunque si andasse, sentire l’Islam che soffiava nel vento, spandendo l’eco degli Adhan che risuonavano da tutte le moschee. Era bello respirare un’aria che non era la stessa che avevo sempre respirato, assaggiare cose diverse, chiacchierare in altre lingue e anche non riuscire a capirsi, a volte.

E poi, c’erano le persone. Le persone, che in genere i turisti tradizionali non notano. A noi (perlomeno a me) non importava granché di visitare monumenti storici o gustare tutte le specialità della regione. Io preferivo stare lì, in quel salotto dai muri decorati con mosaici stellati e floreali, a chiacchierare in francese, arabo e darija. A conoscere altre persone, ad esplorare, pur restando sempre nello stesso luogo, un nuovo mondo. A imparare tante cose, ad ascoltare voci che sembravano venire dal passato, a vedere tutto con occhi diversi. Sì, perché non serve viaggiare se non si cambiano occhi, se non si impara qualcosa: il viaggio non è solo cambiare posto e vedere città. Ci sono anche le persone.

A Marrakesh erano tutti gentili, simpatici, comprensivi. I vicini di casa stessi chiedevano di noi, essendo stati preannunciati del nostro arrivo. Sembravano tutti conoscersi, volersi bene ed essere amici. Ogni persona sembrava legata alle altre da legami stretti quasi quanto quelli di parentela. In più, le famiglie sono grandi e unite e così si può star sicuri che non ci si sentirà mai soli. Ci si aiuta l’un l’altro, come ordina l’Islam: l’altruismo e la solidarietà si vedono dappertutto, sono frequenti come gocce d’acqua in una cascata.

Ovunque, in quella città, mi sentivo a casa mia.

Il Marocco per me è ben più di un semplice Paese con cultura e tradizioni interessanti ma lontane. Il Marocco è un Paese islamico, un Paese dove si può sentire l’Adhan, un Paese dove si incontrano donne con il niqab ad ogni angolo della strada, dove l’Islam è nell’aria.

Umm Sumeyya
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Umm Sumeyya

Sono Aisha, musulmana italiana, 15 anni. Appassionata di scrittura e fotografia, sognatrice e fantasiosa, amo ideare progetti per l'Islam e la comunità musulmana e realizzarli. Sono sempre in compagnia della mia inseparabile penna per annotare pensieri su carta appena mi vengono in mente. Gestisco la sezione giovanile del sito insieme alle altre Fatayat. Leggi anche un altro mio articolo: Caro diario, farò sentire la mia voce

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