Architetto donna in Arabia: “indosso l’abaya, ma mi valutano per i miei meriti”

Dopo vent’anni di precariato in Italia, di promesse, concorsi, marche da bollo e “colleghi maschi sempre premiati”, Anna Laura ha detto basta.
La sua realizzazione professionale come architetto e come donna è avvenuta – guardacaso – nel Paese che più di qualsiasi altro viene additato dall’opinione pubblica occidentale come paese maschilista e misogeno ma, nell’intervista che nel 2015 l’architetto rilascia per “Il fatto quotidiano”, viene invece fuori la testimonianza di una donna che in Arabia Saudita ha trovato, sia a livello lavorativo che sociale, ciò che ogni donna desidera: essere considerata per i propri meriti, proprio come vengono considerati gli uomini.
La posizione anticonformista e coraggiosa di questa donna eccezionale risulta evidente: indossare una abaya e insegnare in un dipartimento femminile – pur essendo dirigente di un corpo docente misto – non genera affatto segregazione, malessere e senso di inferiorità, ma anzi possono essere validissimi strumenti atti a fare in modo che una donna si realizzi professionalmente e venga valutata esclusivamente per i propri meriti, senza dover cedere agli squallidi compromessi che i rapporti di genere il più delle volte sottendono negli ambienti lavorativi misti.

Expat in Arabia Saudita, a 47 anni è direttore del Dipartimento di Architettura alla Dar Al Uloom University, università privata a Riad, la capitale del Paese.

Per chi conosce la situazione disperata dei professionisti e dei tecnici in Italia, anche maschi, costretti a giocare al ribasso e ad accettare incarichi a volte ai limiti dela legalità, la storia di Anna Laura è un vero e proprio sogno che si fa realtà.
Per le donne professioniste (ingegneri, architetti, avvocati, commercialiste etc.) la situazione è ancora più triste: tirocini infiniti, ricatti galanti, mobbing sottile, svalutazione del tuo lavoro, perché – si sa (pensano) – il valore di una donna deve per forza passare attraverso la tacita vendita della propria immagine e della propria disponibilità apparente o effettiva.

Anna Laura al sistema italiano ha detto “basta” già 25 anni fa, quando si è spostata prima a Berlino come direttore tecnico di cantiere e poi ad Amburgo dove ha avuto il primo incarico come insegnante.
Poi la svolta: qualche anno fa dopo aver inviato il proprio cv, Anna Laura viene contattata dalla Dar Al Uloom University. Ed è questa la prima grande differenza rispetto al sistema italiano: “Il posto di lavoro dipende completamente dal tuo curriculum, sulla base del quale ricevi una prima offerta contrattabile, fino ad accordarsi sullo stipendio finale”, spiega. Dopo una serie di colloqui basati su esperienze, titoli di studio, Paese di provenienza e competenze, per Anna Laura si aprono le porte dell’università con un contratto a tempo determinato rinnovabile annualmente.

La vita in ateneo è molto diversa rispetto all’Italia. Il modello da seguire è quello statunitense: classi piccole, con un massimo di 25 studenti, monitoraggi continui, piani di studio fortemente mirati e risultati definiti su base strategica. Il salario base con un contratto full time parte da 4mila euro netti al mese, più vari benefit che comprendono casa, contributi per le spese di trasporto, assicurazione sanitaria, volo andata e ritorno per coniuge e figli, scuola per i figli e ferie retribuite per uno o due mesi l’anno. Nel tempo libero, in più, Anna Laura svolge attività di consulenza sia accademica che professionale. “La mia è ricerca applicata nel campo dell’architettura sostenibile. Un Paese come l’Arabia Saudita, con un boom edilizio e condizioni climatiche estreme – continua – nel mio settore è da considerarsi un luogo privilegiato in cui lavorare”. Il rischio, semmai, è un altro: molte università, infatti, essendo a corto di personale, tendono a sovraccaricare i docenti. Le ore settimanali passate in facoltà sono 40, divise tra aula, studio, ricerca e “un sacco di meeting”, precisa. In Arabia Saudita esistono diverse tipologia di università: si va da quelle riservate solo alle donne (è il caso della Princess Nora University, la più grande università femminile al mondo, con 60mila iscritte) agli atenei misti (con un college of women separato che offre corsi di laurea dedicati). Infine, atenei privati che offrono lo stesso programma ad entrambi i sessi, ma con due campus separati perfettamente speculari, uno per ogni genere. È il caso della Dar Al Uloom University, dove lavora Anna Laura, che racconta: “Con mia grande sorpresa mi sono ritrovata a capo del Dipartimento di Architettura, che conta circa 10 docenti donne e 20 uomini, tutti coordinati da me”.

La separazione dei generi non sembra essere un problema per Anna Laura, anzi. “Uomini e donne non possono frequentare gli stessi ambienti – spiega – a meno che non siano familiari. Di solito, comunque, ci sono più preclusioni per gli uomini single che per le donne single”. Un esempio? Gli uomini single non possono frequentare i parchi pubblici o le zone riservate alle famiglie. Ma gli accorgimenti non finiscono qui. Anche all’interno dell’università è previsto l’obbligo per le donne di indossare l’abaya, la tipica tunica femminile di colore nero che copre tutto il corpo, eccetto la testa e le mani. Anna Laura commenta: “Qui devo indossare l’abaya ma sono valutata per i miei meriti”.

Per il momento Anna Laura non sembra essersi pentita della sua scelta, anzi. “Quando mi chiedono cosa significhi, da donna, lavorare qui la risposta è sempre la stessa: sono molto soddisfatta, insegno e faccio ricerca. Quella che in Italia ero costretta a fare male, a mie spese, e nei ritagli di tempo”.

Quello di Anna Laura non è un caso isolato. Sono infatti numerose le testimonianze di donne in carriera italiane e straniere, musulmane e non, che proprio in Arabia Saudita hanno trovato una grande e decisiva possibilità di realizzazione. Tutte queste testimonianze, depurate dalla retorica spicciola del dilettantismo giornalistico all’italiana che non resiste alla tentazione di buttare ombra ogni qualvolta si parli di terre d’Islam, sono la prova tangibile che quando i precetti islamici vengono applicati all’interno di una società, quella società produce un benessere diffuso, che non solo viene usufruito e gradito dai musulmani, ma viene apprezzato anche da chi, pur non essendo musulmano, ha occasione di godere dell’armonia che consegue dal vivere, lavorare e interagire in una società sana.

Se ti interessa approfondire l’argomento, faccelo sapere: sarà un piacere per noi dedicare una piccola rubrica al tema del lavoro femminile in Arabia Saudita e in altri Paesi musulmani.

Redazione
www.alghurabaa-magazine.com

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3 pensieri riguardo “Architetto donna in Arabia: “indosso l’abaya, ma mi valutano per i miei meriti”

  • 19 luglio 2016 in 12:01
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    bellissimo articolo, molto interessante Allahumma barrikum!
    sarebbe bello leggere altre testimonianze insha Allaah
    grazie per la condivisione

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    • 19 luglio 2016 in 13:31
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      InshaAllah ci sforzeremo di approfondire l’argomento, che Allah ci faciliti!

      Risposta

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