Halal: cosa significa?

Attorno al mercato del “Halal” cresce sempre più interesse. Ma cosa significa esattamente la parola “Halal”?

A molti questa parola può sembrare il corrispettivo “islamico” delle parole “vegan” e “bio”. Un prodotto “halal” si percepisce come un prodotto di qualità superiore rispetto ad un prodotto qualsiasi, proprio come percepiamo di qualità superiore un prodotto “bio” rispetto ad uno “non-bio”. Ma… è corretto?

In arabo la parola “Halal” significa “permesso”, “lecito”, “non vietato”.

La parola “halal” si utilizza nel fiqh, ossia nella legislazione islamica, per indicare ciò che si può fare ed è quindi contrapposta alla parola “haram” che indica invece ciò che non si può fare. Per essere precisi, quindi, la cosa in sé non può essere definita halal o haram, ma sono halal o haram le azioni dell’uomo, mentre la cosa (il cibo, la bevanda etc.) possono essere classificate solo come pure o impure.

Per esempio, non è il vino che è haram, è invece haram il bere vino.

La regola base nel fiqh è che nella vita quotidiana (adorazioni escluse) “tutto è lecito (halal) tranne ciò che è espressamente vietato da Corano e Sunnah”. Quindi in realtà non avremmo bisogno di “certificazioni di permissibilità”, ma al contrario di “certificazioni di illeceità” che in verità già abbiamo. Esistono infatti numerosissimi trattati di sapienti antichi e moderni che illustrano, per esempio, quali sono gli alimenti vietati nell’islam. Nel caso in cui si abbia incertezza su un determinato alimento, è possibile interrogare i sapienti contemporanei che, in assoluta concordanza con Corano e Sunna, emetteranno sentenze (fatawa) specifiche.

Gli status che un’azione o l’utilizzare un prodotto (alimento, cosmetico, oggetto) possono avere non sono solo i due conosciuti (lecito/halal – illecito/haram), ma sono 5 e cioè in ordine:

1- Obbligatorio (fard o wagib)

2- Fortemente consigliato (mandub o mustahab)

3- Lecito (halal o mubeh)

4- Sconsigliato (makruh)

5- Vietato (haram)

Spiega lo Shaykh Ibn al Uthaymin – rahimahu Allah – nel suo libro “ Al Usul min ‘ilmi al Usul / I Fondamenti della scienza del Usul “ , pag . 11 – 13:

Le qualificazioni delle azioni delle persone che possiedono la responsabilità individuale  (Mukallafin) in base a ciò che indica il discorso sharitico (cioé  i vari testi della Shari’ah)  sono classificate in 5 categorie:

1)      Il «wāgib» [l’obbligo]:
Tecnicamente é l’atto che il legislatore ci ha ordinato di eseguire obbligatoriamente, come per esempio le 5 preghiere.
Per quanto riguarda il wagib: colui che esegue sarà ricompensato e invece colu che lo abbandona meriterà il castigo.

2)      Il «mandūb» [il meritorio]:
Tecnicamente é l’atto che il legislatore ci ha ordinato di eseguire non obbligatoriamente, come le preghiere volontarie.
E per quanto riguarda il Mandub : colui che lo esegue sarà ricompensato mentre invece colui che lo abbandona non meriterà – nessun – castigo. Si chiama – anche – Sunnah, Mustahabb (consigliato), Nafl (atto volontario).

3)      Il «Muharam»[l’illecito]:
Tecnicamente è l’azione proibita che il legislatore ha ordinato di abbandonare obbligatoriamente; come per esempio il disobbedire ai genitori.
Per quanto riguarda l’atto muharram (illecito) : colui che lo abbandona sarà ricompensato, e si meriterà il castigo colui che lo esegue.

4)      Il «makrūh» [riprovevole]:
Tecnicamente è l’azione proibita dal legislatore ma non in una maniera obbligatoria – come nel caso del muharram – come per esempio prendere e dare gli oggetti con la mano sinistra.
Nel caso del makruh: colui che lo abbandona sarà ricompensato, e colui che lo esegue non sara punito.

5)      Il «mubāĥ» [lecito]:
Tecnicamente é l’atto al quale non vi é correlato un ordinamento – Sharitico – né una proibizione in sé, come per esempio: il mangiare durante la notte nel mese di Ramadan.
Per quanto riguarda l’atto mubah, esso non comporta né ricompensa né castigo fintanto che vi è presente la descrizione di permissibilità.

Tradotto da alGhurabaa.net

Riportando le precedenti definizioni all’alimentazione, diremo che sono:

  • vietati (haram) il consumo di alcool in grandi o minime dosi, la carne di maiale e i suoi derivati, in grandi o minime dosi, la carne di animali che hanno gli artigli e la carne non macellata islamicamente e i suoi derivati;
  • sconsigliato (makruh) per esempio il fatto di mangiare aglio e cipolle crude subito prima di recarsi in moschea;
  • consigliata (mustahab), per esempio, l’assunzione di datteri a colazione.

Tutto il resto degli alimenti che non ricadono nelle altre quattro categorie sono semplicemente lecite e cioè “halal” o “mubeh”.

Quindi utilizzare un qualsiasi prodotto che troviamo sul mercato è “halal”, purché non contenga ingredienti vietati nella sua composizione. E allora, più che di una “certificazione halal” i musulmani avrebbero bisogno di maggiore consapevolezza nel leggere le etichette e di maggiore trasparenza da parte delle aziende alimentari che per il momento possono omettere in etichetta alcune sostanze come per esempio le sostanze alcoliche inferiori ad una certa soglia, i cosiddetti carry over o i coadiuvanti tecnologici (cfr. pag. 31 Vademecum sulle Etichette).

Con questo non vogliamo dire che le “Certificazioni Halal” non hanno senso, ma che i consumatori musulmani sono tenuti a mantenersi critici rispetto a certificazioni di cui non conoscono bene le referenze e tornare ai sapienti per capire quali sono i divieti prescritti da corano e sunna.

Una certificazione è un parere giuridico e un parere giuridico fa parte della scienza islamica. Tutti noi, come musulmani, siamo tenuti a far attenzione alle fonti da cui prendiamo la nostra scienza.

Ricerca a cura di Umm Zuhur
www.alghurabaa-magazine.com

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