Neve e terremoto. Quando il tempo si ferma

Neve e terremoto. Quando il tempo si ferma.

L’altro ieri sera era appena andata via un’amica di mia mamma, venuta a trovarci dopo un po’ di tempo che non ci vedevamo. Con tanto di crostata fatta da lei a merenda, e pesce e patate di mia mamma a cena. Un pomeriggio normale: io avevo studiato latino, in casa non faceva né troppo freddo né troppo caldo, i termosifoni erano stati accesi, e non avendo nevicato praticamente per niente durante l’inverno intero anche se c’era un po’ di brina fuori si stava bene.

In un pomeriggio normale come questo, non avevo in mente quel posto lontano, anche se non tanto, ma vicino nel cuore. Il paese dove vivono i miei nonni passa sempre l’inverno sommerso dalla neve. Ti ritrovi nel bianco fino alle ginocchia, alla vita, al petto, alla testa, dipende dagli anni. Si scavano cunicoli nella neve, oppure ci si cammina sopra. Le scuole si riaprono spesso in ritardo in quel paesello, perché non si può ancora circolare dopo una settimana dalla nevicata. Nel 2005 c’è stata una bufera storica: un metro e mezzo di neve. Praticamente la mia altezza.

Quest’anno un’altra nevicata storica, laggiù. Due giorni e due notti senza tregua, neve su neve, bianco su bianco. Me l’hanno detto i nonni, mi hanno mandato le foto del loro mondo immacolato, un mondo che io ammiro e sogno perché da anni ormai non nevica qui al nord. Qui c’è troppo freddo, troppo ghiaccio, e le cose che vanno veloci, non si fermano un attimo, perché non c’è la neve ad imporsi e a dire basta, restate a casa, rimanete tranquilli, ché la vita non ha bisogno di tanta frenesia. Noi la frenesia non la sentiamo tanto quanto altri, stressati tra lavoro, scuola, riprendi i bimbi dall’asilo, vai al convegno, non mancare all’evento, ricordati il documento da consegnare, eccetera. Noi viviamo la vita più tranquilli. Abbiamo impegni da tenere, cose da portare a termine, ma alla fine non siamo così tanto condizionati nel vivere quotidianamente ciò che vogliamo vivere.

Da tre giorni non c’è più luce né acqua a casa sia dei nonni che degli zii. L’ho saputo nel gruppo whatsapp dei nostri parenti, ci hanno avvisato le cugine. Noi siamo troppo lontani per andarli a trovare e in ogni caso, anche per quelli più vicini, oltre un certo punto non si può più andare in macchina, ti fanno scendere, e bisogna farsi tutto a piedi. Impossibile, se continua a nevicare. Anche se smette è un’impresa farcela. Le strade sono bloccate, ogni cosa è sepolta, forse anche qualche persona. Ieri mattina appena sveglia mi sono connessa e l’ho saputo: hanno mandato pure l’esercito di notte, per controllare la situazione. Non capisco più nulla, siamo tutti agitati. Non possiamo nemmeno sapere cosa sta succedendo di preciso. Potrebbe succedere qualsiasi cosa, in qualsiasi momento.

Un metro e mezzo di neve fuori è tanto. Puoi uscire, provare ad affrontarlo quando vai in cerca di aiuto o ad aiutare qualcuno, ma è incredibile quanto una cosa così innocua e di una dimensione neanche troppo estesa sia capace di bloccare tutto. Ci si accorge subito di quanto si è fragili in realtà.

I telefoni non funzionano, anche se stanno provando tutti a chiamare, e non sappiamo ancora come stanno i miei nonni. Stanno arrivando i soldati dalle regioni circostanti, e a metà mattinata si arriva al colmo. Vengo a sapere che è iniziato il terremoto. Per me è come se fossi lì, nel paese della mia infanzia. Ci sono sempre stati terremoti laggiù, dai più ai meno forti, un terrore dopo l’altro. Ma ora continua a nevicare, c’è la bufera, tutto inizia a tremare, ci si rende conto di quanto siamo in una posizione precaria, e si ha paura. Ancora di più.

Si sentono in tutta la zona. Anche le cugine più lontane lo sentono, hanno tutti paura. Mi viene in mente la crepa che hanno i miei nonni nel salone, dall’ultimo terremoto recente. Speriamo non si allarghi. Penso anche alla neve, alla casa all’ultimo piano che può tremare più forte, a tutto ciò che può cedere nella struttura a quanto ci voglia ad uscire e ad allontanarsi arrancando nella neve mentre gli altri edifici crollano uno dopo l’altro come un domino. Immagini di devastazione mi passano davanti agli occhi, me li copro per non vederle. Non bisogna pensare a questo ora. Non cambierà nulla.

Quattro scosse. Mi stacco un attimo dal cellulare per respirare e riflettere un po’, sono spaventata, non bisogna nasconderlo, ma ora ho delle cose da finire, e l’allarmismo non mi farà bene. Cerco di distrarmi. Un’ora più tardi vengo a sapere che la zia e la nonna sono uscite per andare dagli zii più anziani, sotto la neve, e stanno tutti abbastanza bene, anche se il terremoto si è sentito e non se n’è andato senza lasciare tracce. Ci vuole coraggio in questi casi. Forse loro sono più tranquilli di noi che continuiamo a preoccuparci, ma non possiamo farne a meno. Chi non ha coraggio, quando succedono queste cose non ce la fa. Uno zio invece ce la fa. Parte in città per portare delle medicine ai suoceri, non si ferma neanche quando lo bloccano in macchina e gli dicono che può andare avanti solo a suo rischio e pericolo, e a piedi. Non si sa come, dopo tre ore è già andato e tornato, da solo in mezzo alla bufera.

Alla fine riusciamo a entrare in contatto con i nonni, non sappiamo più nemmeno noi come, io so solo che ho trascorso un pomeriggio intero con la testa tra la neve del mio paese d’infanzia al posto di studiare e che mia mamma ha provato a chiamarli un’infinità di volte e che ad un certo punto mi sono ritrovata lì a pensare che non avevo fatto abbastanza per loro come nipote, non avevo fatto abbastanza per farli avvicinare all’Islam ed ero stata troppo distante. Solo ora pensavo a rendermi conto che tutto poteva finire da un momento all’altro, e poteva non avere un lieto fine, ed un lieto fine non è morire sul proprio letto piuttosto che durante un terremoto. Mi sono resa conto che ciò di cui avevano paura tutte le altre cugine non era ciò di cui avevamo paura noi, per loro e per gli altri. Ora mi accorgo meglio che non posso lasciarli stare, perché non sanno, e a chi è vicino a loro è stato dato il compito di spiegare.

Alla fine, ci hanno detto che sì, sono stati bene. Era strano: da quando è finito tutto, vedo che tra i nostri parenti si è diffuso di più “Grazie a Dio” rispetto a “Grazie al cielo”.

E mi sono accorta che quando arriva qualcosa come una bufera di neve o un terremoto il tempo si ferma e a ogni cosa viene dato un senso, anche solo per un breve istante, anche da chi normalmente un senso alla vita non lo dà*.

Umm Sumeyya

*Il racconto si riferisce alla nevicata storica accaduta in Abruzzo nel gennaio 2017

Umm Sumeyya

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